1. LA LOTTA CONTRO I DEMONI
La tradizione. spirituale, collocandosi nella via aperta dalla Scrittura e rifacendosi anche all'ideale stoico, ha spesso paragonato l'ascesi a una lotta, a un combattimento contro i nemici dell'anima, e testi di questo tipo sono abbondanti in tutte le Chiese. Nel Practikos di Evagrio sono frequenti espressioni e metafore di guerra, di lotta (agòn, palé, pòlemos), il monaco deve soprattutto lottare (agònizesthai, polemeìn, màchestai), contro i nemici (pòlemoi) o gli avversari (antikeìmenoi). Il combattimento spirituale è centrale anche nella spiritualità di Cassiano.
La guerra visibile e invisibile
Questa lotta si presenta però negli autori in due modi diversi. Talvolta l'anima appare come una specie di campo chiuso dove vizi e virtù, carne e spirito si danno combattimento continuo. Talvolta è il cristiano stesso che entra in lotta e, armi alla mano, cerca di abbattere le forze avverse.
E' una guerra universale, ovunque in atto; «Come le ombre seguono il corpo», dice Doroteo, «così le tentazioni seguono i comandamenti».
Vi sono dunque lotte esterne e lotte interne, notte e giorno bisogna combattere, pensa Gregorio di Nazianzo, apertamente o in segreto, all'interno come all'esterno di sé. Evagrio parla della «guerra materiale e immateriale» (àulos pòlemos). Quelli che vivono in comunità sono in lotta anche «con i fratelli più negligenti, anche se questa guerra è molto meno opprimente» di quella condotta direttamente dai demoni «nudi». Dadiso Quatraya cita la Grande lettera di Macario «dove sono enumerate tutte le guerre in atto: contro l'amor di Dio e contro la preghiera».
I nemici che suscitano queste guerre sono smascherati già nella Scrittura: Satana, il mondo, la carne.
Necessità del combattimento
«Una vita senza prova (anexétastos bìos) non merita di essere vissuta» leggiamo nell'Apologia di Socrate. E' un'idea antica che le prove siano un passaggio obbligato per avvicinarsi a Dio. Ma i discorsi del «giusto sofferente» nella letteratura assiro-babilonese non sono che monotoni lamenti, e il «giusto impalato» di Platone rende testimonianza solo alla sua giustizia.
Al contrario l'esame cui Giobbe è sottoposto evidenzia la sua umiltà e la sua fede. Sulla stessa linea i Padri richiamano gli esempi di probatio fidei dei giusti dell'Antico Testamento, e li interpretano come prefigurazione delle esigenze evangeliche.
Il vero «gnostico», secondo Clemente d'Alessandria, deve chiedere a Dio di essere messo alla prova: «O Signore mettimi alla prova». L'uomo provato per eccellenza è proprio il monaco (dòkimos mònachos), poiché «non è possibile acquistare la sapienza senza combattimento», e gli asceti vengono dunque chiamati agònizoménoi agònìstaì (podvizniki in slavo).
Per Cassiano il combattimento è un mezzo provvidenziale per perfezionarsi spiritualmente , una testimonianza d'amore che perfeziona il libero arbitrio. Secondo Doroteo l'asceta non deve neppur temere di cadere «talvolta nel fango, per ritrovare poi il cammino», perché «quelli che debbono nuotare in mare e che conoscono l'arte del nuoto s'immergono quando l'onda arriva su di loro e si lasciano andar sotto, fino a che essa sia passata; dopodiché continuano a nuotare senza difficoltà».
La lotta è necessaria non solo ai principianti, ma anche ai perfetti. Se nell'apàtheia dei messaliani è presente una tendenza al quietismo, Evagrio, al contrario, crede che le tentazioni aumentino via via che si progredisce nella vita spirituale. Il progresso dell'anima nell'impassibilità può misurarsi dalla qualità e dalla forza dei demoni che l'attaccano. Quando preghiamo: «Non ci lasciar cadere nella tentazione!» non domandiamo di non essere tentati, poiché questo è impossibile, ma di non essere divorati dalla tentazione facendo ciò che dispiace a Dio. È questa la spiegazione tradizionale che leggiamo nel Prato spirituale (Jean Moschus, Le pré spiritual 209, SC 12 - 1946 - 284).
Il Maligno
Il capitolo dodicesimo dell'Apocalisse riprende e completa il racconto del Genesi, riassumendo per sommi capi la dottrina della Bibbia sul demonio e sul suo ruolo nella storia della salvezza, e rappresentando lo scontro personale che oppone l'Uomo-Dio al «seduttore» (v. 9), al «principe di questo mondo» (Gv 8,44).
In questa prospettiva i Padri interpretano diversi avvenimenti della vita di Cristo, ad esempio l'adorazione dei magi, la tentazione nel deserto, il battesimo, ma soprattutto la croce. Perché Cristo è stato crocifisso? Per crocifiggere il diavolo, risponde Teodoro Studita.
Per i cristiani la 'vita spirituale è quindi un combattimento contro i demoni (Ef 6,12), e questa concezione tradizionale acquisisce nella spiritualità monastica del deserto nuovo rilievo, perché il deserto è, per eccellenza, il regno dei demoni, e il monaco che vi si ritira va dunque ad affrontarli in un combattimento corpo a corpo. La demonologia che si esprime nella Vita di Antonio, nell'opera di Evagrio e in quella di Cassiano diventata classica della spiritualità del deserto, si integra, come elemento importante, nella dottrina ascetica tradizionale.
E nonostante certi abusi di queste dottrine, i demoni, tuttavia, conservano la loro funzione cosmica, e sono detti kosmokràtores, associati ai falsi dèi, legati agli animali e alle piante. Da una parte la filosofia greca, dall'altra certe correnti giudaiche, avevano influenzato le concezioni degli autori cristiani nello spiegare l'azione dei demoni nel mondo. Ma le conclusioni pratiche sono sempre le stesse: il monaco è chiamato a purificare, per mezzo della fede in Dio e dell'ascesi, i luoghi della potenza del male, e gli eremiti abitano dunque volentieri là dove credono di trovare molti demoni.
La potenza dei demoni
Origene si pone questa domanda: «Se è vero che il diavolo e la sua armata sono distrutti, come mai crediamo che abbiano ancora tanta forza contro i servitori di Dio?». E risponde affermando che l'attività malefica del diavolo non si esercita che sui cattivi, dal momento che non ha più potere su coloro che sono in Cristo.
Soggetta alla provvidenza divina, l'azione dei demoni è soltanto strumento delle prove che precedono la vittoria. Così è detto di santa Melania: «Il nemico, essendosi reso conto che non otteneva nulla combattendo contro di lei e anche che, vinto, le dava delle corone molto più belle, confuso, non osò più importunarla». San Saba non teme Satana che gli è apparso sotto forma di un leone spaventoso, e a ricompensa della sua fede «Dio gli sottomise ogni bestia velenosa e carnivora».
Origene sostiene che il diavolo non è causa di peccato, come dicono «alcuni tra i semplici». Evagrio fa notare che il demonio non può raggiungere direttamente il nostro intelletto, è impotente a far nascere una conoscenza nello spirito, impotente a informarci sulle «ragioni» delle cose, può introdurre in noi soltanto delle immagini (fantasìai, eìdolon). I demoni dunque, per mezzo della «composizione» del corpo, suscitano nell'intelletto qualche «immagine», e il logismòs non è infatti altro che un'immagine».
La lotta contro i demoni si svolge, dunque, soprattutto a livello di logismòi, nel mondo immaginario delle illusioni, delle false consolazioni, degli inganni di ogni specie, e il cristiano combatte con il discernimento e con la vigilanza del cuore.
Sono necessari però anche mezzi corporali (digiunare, rivestirsi con duri sacchi, ecc.), proprio perché i demoni si servono del corpo. Il corpo, pensa Evagrio, non è in sé cattivo, ancor più può essere esso stesso una protezione contro i demoni, ed è per questo motivo che ci attaccano soprattutto durante il sonno, quando siamo senza difesa.
Osservare, spiare, epiterein, è l'occupazione abituale dei demoni nella guerra contro i monaci. «I demoni non conoscono i nostri cuori, come alcuni credono...»; soltanto con l'osservazione i demoni imparano a conoscerci, e in quest'arte, assicura Evagrio, sono abilissimi.
Sapendo tutto questo, l'asceta è convinto, come dice Cassiano, «che i demoni non possono nulla contro gli uomini...». Nella lotta le forze in campo sono in equilibrio e l'anima vincerà, vorrà vincere, e sarà sconfitta se non vorrà vincere. Essere vinti significa cadere nella schiavitù del Maligno.
L'esorcismo
L'allontanamento dei demoni è, per gli scrittori cristiani del II e del III secolo, un segno della natura divina del cristianesimo. A partire dalla prima metà deI III secolo la pratica dell'esorcismo comincia a essere regolamentata, e sarà conservata dalla Chiesa sotto due forme diverse; quella degli esorcismi praticati su malati considerati posseduti e quella degli esorcismi integrati nella liturgia preparatoria al battesimo.
Ma queste pratiche non sono che un'applicazione particolare della fede nella forza di Dio, della preghiera e dell'ascesi cristiana. Rivolgendosi ai pagani, Origene sottolinea come le Scritture operino ciò che dicono, siano cioè una forza. Evagrio spiega che la parola divina non è soltanto un cibo spirituale, è anche un'arma. «Nelle parole della Scrittura si trova il Signore di cui i demoni non possono sopportare la presenza», dice Atanasio.
La stessa cosa viene detta del nome di Gesù, del segno della croce e di ogni preghiera, soprattutto della salmodia. Infine, dal momento che le virtù sono una partecipazione a Cristo, è per mezzo delle opere di Dio che i suoi nemici saranno dispersi. Tutta la vita spirituale purifica dunque il mondo e concorre a distruggere la potenza del male.
2. LOGISMÒI
La lotta contro i cattivi pensieri
«Tutto il combattimento dell'uomo avviene nei pensieri, dice lo 'Pseudo-Macario, e consiste nell'eliminare la "materia dei pensieri cattivi».
Origene ha tratto dal vangelo di Matteo (cap. 15) questa affermazione: «La sorgente e il principio di ogni peccato sono i pensieri cattivi»; è questa la fonte del concetto di «lotta invisibile».
Secondo la spiegazione di Evagrio «con i secolari i demoni lottano utilizzando di preferenza gli oggetti...». La «lotta visibile» riguarda dunque i pragmata, il contatto con essi fa nascere le passioni. Per resistere al demonio in questo campo, il mezzo principale è l'astinenza, la rinuncia agli oggetti.
«Ma con i monaci (i demoni lottano) più spesso utilizzando i pensieri, perché, a causa della solitudine, essi non hanno gli oggetti». La lotta visibile è considerata più facile, ed è tipica dei principianti. Dal punto di vista teologico e psicologico, la lotta nei pensieri, «la guerra interiore», «la pràxis interiore» (vnutrennoe delanie in slavo) è più importante, perché tocca la radice dei peccati. Così, il peccato e la guerra kat'enérgeian, che si fa mediante gli oggetti, vengono contrapposti alla guerra interiore immateriale katà diànoian. A questo proposito un'ammonizione di Massimo il Confessore, conforme a tutta la tradizione dice: «Guardati dall'abusare dei tuoi pensieri, altrimenti arriverai fatalmente ad abusare anche delle cose; non si peccherebbe mai in azione se non si peccasse dapprima nel pensiero».
Il termine « logismòs »
Logismòs (dal verbo logìzomai) può designare anche la facoltà di pensiero, il lògos, la ragione, l'hegemonìkòn, lo spirito, più spesso però denota il prodotto dell'attività intellettuale, il pensiero (annoia). Bisogna inoltre notare come sia soprattutto la diànoia, la ragione discorsiva a produrre i pensieri, e non il nous, la facoltà intuitiva
Certo, non tutti i pensieri sono cattivi, non tutti sono un ostacolo alla conoscenza di Dio, ma soltanto quelli «che assalgono (l'intelletto) partendo dalla parte irascibile e dalla parte concupiscibile (dell'anima) e che sono contro natura». Se il pensiero cattivo è «semente di peccato» al pensiero buono si attribuisce la paternità delle virtù. Bisogna, dunque, coltivare i pensieri buoni nel cuore, e la stessa voce della coscienza si presenta come un logismòs.
Origene distingue fra pensieri puri (logismòs katharòs), e altri impuri (akàtharos). Ma vi sono molte altre classificazioni, il logismòs puro è detto, ad esempio, logismòs theiòs, pensiero divino, pneumatikòs, spirituale, eusebes, devoto, agathòs, buono, emphytòs, naturale, gnostikòs, «gnostico», adatto alla contemplazione, hàgios, santo, ecc.
L'attenzione degli autori spirituali, tuttavia, si concentra sul pensiero impuro (logismòs poneròs), detto anche daimonikòs, demoniaco, empathòs, appassionato; anthròpinos, «umano» (nel senso peggiorativo); idios, proprio (cfr. il concetto di «volontà propria»).
Molto spesso la parola logismòs (generalmente al plurale logismòi) basta da sola a indicare i pensieri cattivi. Il Nuovo Testamento offre un esempio unico, ma notevole, di logismòs (al plurale) adoperato senza aggettivo ma con senso peggiorativo (2Cor 10,4) e numerosi esempi del termine dialogìsmòs (singolare e plurale) inteso anch'esso in senso peggiorativo.
La definizione di «logismòs»
Evagrio dà del logismòs una definizione descrittiva, molto lunga; approssimamente si può tradurre così: «Il logismo demoniaco è immagine dell'uomo sensibile apparsa nella facoltà discorsiva; per mezzo di essa la mente è mossa come da una passione; allora dice o fa segretamente qualcosa contro la legge, spinta verso il suo idolo»
Il testo è complesso, ed è piuttosto difficile darne una traduzione, a un tempo, esatta e comprensibile. Tuttavia contiene alcuni elementi importanti. Il logismòs non è un «pensiero» nel vero senso della parola, è piuttosto un'«immagine», un fantasma che sorge nell'uomo dotato di sensibilità. Questa immagine non ha origine dal nous, dallo spirito, ma dalla parte inferiore della nostra facoltà conoscitiva, dalla diànoia, sede del ragionamento per pro e contro. Quest'immagine è, tuttavia, capace di attrarre, di muovere lo spirito, e suscita allora un moto passionale che spinge l'uomo a decidere segretamente contro la legge di Dio o quantomeno a dialogare con questa immagine che si presenta come una specie di idolo e che andrebbe invece cacciata.
Pensiero «appassionato»
La definizione di logismòs proposta da Evagrio è troppo complicata. Concretamente era più facile imparare a distinguere un «pensiero semplice» da un «pensiero appassionato». Ecco un testo caratteristico di Massimo il Confessore: «Una cosa è un oggetto, altra è una rappresentazione, altra ancora una passione. Un uomo, una donna, del danaro, ecco degli oggetti; il semplice ricordo di questi oggetti, ecco una rappresentazione; un affetto sregolato o un odio cieco per questi stessi oggetti, ecco una passione».
Doroteo parla di un'inclinazione, di una prospàtheia, una sorta di «volontà propria» che accompagna un pensiero che, in sé, potrebbe essere puro.
Il cammino di purificazione si presenta allora così: «Tutta la lotta che il monaco conduce contro i demoni tende a separare le passioni dalle rappresentazioni. Altrimenti è impossibile mantenere la propria libertà interiore alla vista degli oggetti».
Origine dei pensieri cattivi
Origene mette spesso in correlazione logismòs e pneuma o anche daìmon. Dietro il termine logismòs, nel senso in cui lo impiega Evagrio seguendo Origene, è riconoscibile una nozione importante dell'etica giudaica, espressa dalla parola yesèr (pensiero), concepito nell'uomo come un qualcosa di concreto, e quasi di personale. Yesèr in greco è stato tradotto con diaboùlion.
Già nella Vita d'Antonio trova espressione la dottrina secondo cui i cattivi pensieri sono l'arma usata dai demoni contro gli anacoreti, ed Evagrio usa, in modo indifferenziato, il «demonio» o il «pensiero» o lo «spirito» di un determinato vizio.
Questa identificazione evidenzia bene come i logismòi non appartengano alla natura umana e non provengano direttamente dalla realtà creata da Dio, nella quale non c'é nulla di male. Sono invece i demoni ad agire sullo spirito umano attraverso la «modificazione dello stato del corpo». Massimo il Confessore ipotizza l'esistenza di «tre vie che introducono nello spirito i pensieri appassionati: la sensazione, la complessione fisica, la memoria».
Aggiungiamo che la tirannia del demonio sugli uomini si esercita soprattutto per mezzo delle passioni, e che sono proprio i ricordi passionali a fornire la materia principale dei pensieri cattivi. Gli antichi filosofi discutevano la questione dal punto di vista psicologico: «E' la rappresentazione che scatena le passioni, o sono le passioni a scatenare le rappresentazioni?». Evagrio avverte giustamente che, dal punto di vista morale, la causalità è reciproca: «Se abbiamo un ricordo appassionato di una cosa, vuol dire che abbiamo accolto in precedenza gli oggetti con passione e, viceversa, tutti gli oggetti che accogliamo con passione ci lasciano dei ricordi appassionati»
Le passioni sconvolgono lo stato del cuore, e si può dunque ripetere, col vangelo, che è «dal cuore che provengono i cattivi pensieri» (Mt 15,1).
E' nota invece la tendenza del messalianismo a rovesciare la psicologia spirituale degli ortodossi. Nel caso in esame si sostiene che i pensieri non vengono dal «di fuori», ma è invece il cuore umano a essere un abisso in cui si mescolano le aspirazioni divine e i «serpenti». Teofane il Recluso precisa i limiti di accettabilità di questa proposizione sostenendo che, una volta viziato, ferito dall'esterno, il cuore diventa una fonte di movimento passionale. L'ascesi non cerca quindi di guarire la "natura", ma una sua perversione.
Gli ortodossi sono, dunque, in linea di principio, tutti d'accordo con Evagrio: origine di un pensiero cattivo non può essere né Dio, né gli angeli, né la natura, ma soltanto i demoni e la libera decisione dell'uomo.
Gradi di penetrazione di un pensiero cattivo nel cuore
Il meccanismo della tentazione, nei suoi diversi momenti e nel suo ordine interno, è stato molto ben analizzato dagli spirituali orientali, soprattutto da quelli appartenenti alla cosiddetta spiritualità «sinaitica» (Nilo, Giovanni Climaco, Esichio, Filoteo), che hanno descritto i momenti che precedono il peccato e le mutazioni psicologiche che seguono a questa decisione volontaria.
1) C'è dapprima la prosbole, la suggestione, che è «una semplice idea o un'immagine suggerita allo spirito o al cuore» dal nemico. Il verbo hypobàllein è il termine usato da Evagrio per designare le suggestioni di origine diabolica (e talvolta angelica).
2) Un secondo momento è rappresentato dal syndyasmòs, l'avvicinamento, un legame che consiste nel «conversare» con l'immagine di origine diabolica e che si risolve nella scelta fra fare e non fare.
3) Synkatàthesis è «il consenso al piacere proibito proposto dal pensiero», è il momento del peccato vero e proprio. Il vocabolo è di provenienza stoica.
Della pàle (lotta interiore) si parla spesso, ed è come un momento decisivo perché accompagna il consenso, precedendolo o seguendolo.
4) Termine ultimo di questo processo è la «prigionia», aichmalosìa, l'attrazione violenta del cuore, la passione, pàthos, un'abitudine viziosa che finisce per diventare come una seconda natura, prodotta da una lunga serie di consensi.
Questa classificazione è comune in Oriente, pur con alcune variazioni. Ad esempio per Giovanni Climaco a succedersi sono:
- prosbole,
- syndyasmòs,
- synkatàthesis,
- aichmalosìa,
- pàle,
- pàthos.
Filoteo Sinaita enumera soltanto quattro gradi: :
- prosbole,
- syndyasmòs,
- aichmalosìa,
- pàthos.
Teofane il Recluso distingue:
- il prilog (la suggestione),
- il vnimanie (l'attenzione),
- lo slazdenie (il diletto),
- lo zelanie (il desiderio),
- la resimost (la risoluzione),
- il delo (l'opera).
In Occidente Agostino distingue fra: suggestus - delectatio - consensus, ma parla anche di lotta, e dell'opera peccaminosa, e della consuetudo nella malizia.
3. LA CUSTODIA DEL CUORE
Evitare di consentire al peccato (o synkatàthesis) è già molto importante, ma non è la perfezione, e i cristiani devono invece tendere alla perfezione, alla pace del cuore, all'hésychia, all'amerimnia, la tranquillità, la libertà dalle preoccupazioni riprovevoli che consiste proprio nell'apòthesis noemàtn, «eliminazione dei pensieri (cattivi)».
«Eliminazione dei pensieri»
È possibile evitare l'insorgere delle prime «suggestioni»? Origene ritiene che sia impossibile liberarsene interamente, e che le anime convertite a Dio debbano «sopportare le battaglie dei pensieri»; è possibile però non soffermarsi su queste suggestioni, non «conversare» con questi fantasmi, come Eva invece fece col serpente. La prudenza chiede «che si uccidano subito questi figli di Babilonia», che si «schiacci la testa del serpente» e non lo si lasci entrare nel paradiso del cuore. Per esprimere questa idea gli spirituali d'Oriente ricorrono a espressioni e spiegazioni diverse; ma fondamentalmente sinonimiche.
Sede dell'intelligenza, dello spirito, è il cuore, e alcuni autori parlano di phylake kardìas, custodia del cuore, térésis noòs, custodia dello spirito, phylake ton éndon, custodia dell'interiore. Si usa anche custodire, phylàssein, nella sua forma assoluta, "custodirsi", («custodisci te stesso con cura», terei seautòn akribos, è il motivo ricorrente di un opuscolo attributo ad Ammona).
Per custodirsi bisogna essere però sobri e vigilanti, «neptici» (cfr. 1Pt 5,8). Antonio oppone agli assalti dei demoni la gregorsis e la nepsis, vigilanza e sobrietà. Per il sinaita Esichio «la nepsis è un metodo spirituale, che riesce a liberare totalmente l'uomo, con la grazia di Dio, dai pensieri e dalle parole macchiate di passione e dalle azioni malvagie, a condizione che duri e che proceda allegramente...». Spesso citata è una sentenza dì Evagrio, che contiene una suggestiva allitterazione delle parole prosoche e proseuche, attenzione e preghiera: «L'attenzione in cerca d'orazione troverà l'orazione, perché se c'è una cosa che segue l'orazione è l'attenzione. Bisogna dunque applicarsi in questa». Si arriverà poi a dire che la prosoche è la madre della proseuche.
La vigilanza alla «porta del cuore» è, innanzitutto, una difesa per respingere immediatamente i pensieri intrusi. E' questo un tema comune a parecchi apoftegmi: «Sii il portinaio del tuo cuore, affinché lo straniero non entri, dicendo: Tu sei dei nostri, o dei nostri nemici?».
Metodo per combattere i pensieri malvagi
«Non bisogna obbedir loro (ai demoni), ma piuttosto fare il contrario». In via generale, il metodo di lotta è la praxis in tutta la sua estensione, perché purifica il cuore. Soprattutto l'enkràteia, l'astinenza, è detta già da Filone" ophiomàches (Lv 11,12), «che combatte il serpente». Evagrio sottolinea però come la maggioranza degli esercizi che permettono di lottare contro il demonio non possano essere praticati costantemente, soltanto la preghiera deve essere costante.
Il metodo per eccellenza contro i pensieri cattivi si chiama «contraddizione» (antirrhesis). Gesù, tentato dai demonio, replica citando le Scritture, senza entrare in discussione col Maligno (Mt 4,3-11). Si legge di certi asceti che conoscevano a memoria «tutta la Scrittura», cioè sapevano rispondere coi testi sacri a ogni questione loro proposta, ma soprattutto sapevano citare la Bibbia contro ogni suggestione diabolica. Il manuale classico di questa arte è l'Antirrhéticos di Evagrio, diviso in otto parti, una per ciascuno degli otto vizi. A proposito di ogni pensiero sono citati i testi scritturistici atti a scacciarlo. Sono in tutto 487, a partire dalla Genesi fino all'Apocalisse.
Si tratta però di uno sfoggio culturale di cui un monaco senza cultura è incapace! La pratica sarà dunque molto più semplice e l'invocazione di Gesù basterà a scacciare tutti i demoni, sostituendo così questi complicati cataloghi
Discernimento degli spiriti
La Bibbia presenta all'uomo delle scelte, a cui egli non può sottrarsi (Gn 2,17; 12,4 ecc.) Queste scelte vengono però ostacolate; infatti contro la voce divina, misteriosa, un'altra voce si fa sentire, quella del peccato, di Satana, anch'essa misteriosa. Come discernere l'una dall'altra? Testimoniare la voce di Dio è stato il compito dei profeti, e i libri sapienziali sono stati scritti proprio per insegnare a distinguere la voce della sapienza da quella della follia, la voce dei giusti da quella degli empi. Nelle epistole del Nuovo Testamento figura esplicitamente l'espressione «discernimento degli spiriti» (1Cor 12,10; lGv 4,1).
Questo problema non cessa di occupare un posto di primo piano nella letteratura spirituale. Origene discute attentamente della diversa origine degli spiriti capaci di agire in noi. Antonio e i monaci semplici in Egitto ne parlano in modo più concreto, descrittivamente; al contrario l'insegnamento di Evagrio è sistematico. Le regole fondamentali formulate da Cassiano sono le più complete del suo tempo, e dopo di lui Diadoco di Foticea, che combatte le dottrine messaliane, dà grande spazio alla problematica del discernimento tra le vere e false consolazini e desolazioni. Continuando questa tradizione, in tempi più" recenti, Teofane il Recluso interpreta le regole riprendendo il testo di L. Scupoli.
Discernimento come dono di Dio, arte spirituale e frutto di esperienza
Per san Giovanni l'esperienza spirituale è un'«unzione»; uno stato di luce (lGv 2,20.27). Secondo Diadoco di Foticea lo Spirito Santo è la «lampada» di questa scienza spirituale. Per Paisij Velickovskij il discernimento è «la comprensione spirituale data da Dio».
L'esperienza del discernimento è dunque inseparabile dalla pratica dei comandamenti, dalla carità (cfr. lGv 2,3; Fil 1,9). Antonio ha detto: «E' necessaria molta preghiera e ascesi affinché, dopo aver ricevuto dallo Spirito il carisma del discernimento degli spiriti, si possa conoscere ciò che concerne ciascuno dei demoni...».
La conoscenza degli spiriti, inoltre, è frutto di lunga osservazione: «Dopo una lunga osservazione (metà polles katatereseòs) - dice Evagrio - abbiamo riconosciuto questa differenza tra i pensieri angelici, i pensieri umani e quelli che vengono dai demoni». I demoni si rivelano infatti per il loro comportamento, per la frequenza e il modo dei loro attacchi, ma soprattutto per i pensieri che ispirano. Si può acquistare un «senso» speciale, un'intuizione spirituale, fino a diventare capaci di riconoscere un cattivo pensiero «dal cattivo odore caratteristico dei demoni»
Le regole psicologiche» a seconda del modo di agire degli spiriti
Se Evagrio distingue soprattutto le diverse categorie di pensieri che i demoni suggeriscono all'uomo, Antonio osserva invece soprattutto gli stati psicologici prodotti dall'azione degli spiriti nell'anima. Il grande discorso di Antonio enuncia la
Regola d'oro del discernimento:
Le buone aspirazioni fanno nascere «una gioia inesprimibile, il buon umore, il coraggio, il rinnovamento interiore, la fermezza dei pensieri, la forza e l'amore per Dio»; le altre, invece, portano con sé «paura dell'anima, turbamento e disordine dei pensieri, tristezza, odio contro gli asceti, acedia, afflizione, ricordo dei parenti, timore della morte e infine desideri cattivi, pusillanimità per la virtù e disordine dei costumi».
Più tardi questa regola è stata semplificata in un assioma: Quidquid inquietat est a diabolo. Evagrio parla di «stato pacifico» e di «stato turbato». In seguito gli autori si resero però conto del fatto che distinguere una «consolazione» da una «desolazione» non è sufficiente a discernere la loro origine: il demonio è infatti un ingannatore. «Quando il nostro intelletto incomincia a sentire la consolazione dello Spirito Santo - nota Diadoco - allora anche Satana consola l'anima con un sentimento di finta dolcezza, nel riposo della notte, quando si soccombe all'influenza di un sonno leggerissimo».
A ben guardare già l'istruzione di Antonio non si limitava a parlare di gioia o, al contrario, di tristezza, ma sottolineava piuttosto la contrapposizione più sottile fra katàstasis e akatastasìa. Si potrebbe, dunque, dire che le manifestazioni angeliche sono «second